Album delle figurime. Prefazione di Filippo Ceccarelli

Prefazione

A volte la poesia è un ronzio, un zzzzzzzz che accompagna e interrompe le proclamazioni del potere mostrandone il suono vuoto e ridicolo. Altre volte la poesia è come tarlo, in zoologia Anobium punctatum, una creaturina pervicace che scava minuscole gallerie nel legno e che pure nella vita pubblica, con inavvertito lavorio, perfora le impalcature dell’arroganza e della vanità.
Ma la poesia satirica, la si voglia o meno comprendere nell’ordine delle cose civili, è anche un frinire insistente di cicale e ammonitore di grilli; è una farfallona pelosa che la notte d’estate ruota attorno al lampadario del dubbio e del sospetto; è una mosca e insieme un moscone che salta al naso, un ragno porta-guadagno, una lucciola sfuggita agli occhi di Pasolini e ritrovata da Sciascia, una formica rossa che ti punge il sedere, uno scarabeo stercorario, una cavalletta in modalità piaga biblica anti-faraone, una vespa entrata in automobile, un formidabile coleottero impollinatore, un millepiedi che cammina a testa in giù, una zanzara che non fa dormire, e sciafff, inutile manata sull’orecchio…
Non se la prenda, l’ingegnere e poeta Cornaglia, se nell’introdurre i suoi ultimi versi si richiamano qui soggetti e suggestioni appartenenti al regno animale. E’ che le sue rime, nel gran concerto del discorso pubblico, finiscono per riecheggiare le traiettorie, i rumori, le funzioni e le indispensabili missioni degli insetti.
La tiritera dispettosa. La meraviglia dell’ordine che scorre. La laboriosità diligente e la puntura irritante. Perfino la generazione di indizi, giudizi, credenze, rassegnazione; oltre alla formidabile risorsa, offerta dai fasti dell’entomologia, di lasciarci osservare in piccolo ciò che nasconde ma in fondo rivela leggi generali, spicchi di senso, barlumi di verità.

Sono qui appresso raccolte poesie su di un passaggio che non è solo e semplicemente politico.
Vi figurano ritratti di personaggi che è facile identificare con la fine della tarda era berlusconiana. Poi figure segnalatesi nella fase successiva, quella che a partire dai governi Monti e Letta apre la via al trionfo del fenomeno Renzi e della classe dirigente renziana, su cui l’autore si esercita come se sapesse già in quale ingloriosa maniera quella stagione di prepotente ebbrezza sarebbe andata a schiantarsi.
Al leader rottamatore, fin da giovane significativamente appellato “Il Bomba”, si deve in buona parte la imprevista affermazione elettorale e poi il governo dei novissimi, ai quali senz’altro Renzi assomiglia per cultura, linguaggio, costume; fino a dar vita a un triangolo di cui fanno parte “Giggino” e “il Capitano”, alias Di Maio e Salvini, con l’eccezionale partecipazione dell’acchittatissimo professore e presidente Conte, autonominatosi “avvocato del Popolo”. E qui siamo giunti al presente del presente.
Si tratta dunque di anni insieme buffi e drammaticamente smisurati che accompagnano la traballante sopravvivenza dei vecchi berlusconiani, il drammatico flop dei graziosi democrats e l’esordio dei ragazzotti del Cambiamento, prova vivente del motto secondo cui al peggio non c’è mai fine.
Nella rotolata giù per la china, tale ciclo storico si caratterizza per l’evidente processo di miniaturizzazione della classe dirigente. A questo punto l’entomologo Cornaglia, con il dovuto corredo di retino, etere e spilloni, cattura, ferma, narcotizza e appende in visione, nella sua ormai vasta collezione di poetiche bacheche, i protagonisti dell’immiserimento della vita pubblica.
Messe sotto vetro e scandite in pressante cantilena, le loro avventure riecheggiano un che d’infantile; presidenti e ministri sono condannati a muoversi come bimbi capricciosi; e più pretendono rispetto, più si atteggiano e si pavoneggiano, più la poesia li rende simili a figurine, macchiette, caricature, maschere da fumetti e cartoni animati.

Rimpiccioliti appaiono anche i due grandi generi della tradizione artistica (e politica) italiana: la commedia e il melodramma, sghignazzi e lacrime, scambi di persone e congiure, euforie e sospiri. Gli ultimi e penultimi potenti sono qui rappresentati alla luce di velleità per lo più incomprensibili, inutili sforzi, carriere impreviste. Sulla scena i potenti impotenti si muovono a scatti e passettini pronunciando verità penultime alle quali loro stessi lasciano intendere che non è più necessario credere. Attorno a loro compaiono i soliti esemplari che animano i salottini e le anticamere del Palazzo: i sopravvalutati, gli scalpitanti, i “carini”, gli inesorabili, i travestiti, i soliti mostri.
Il poeta di satira e di varia insetteria sfoglia cronache di giornale e va a rovistare nel secchione della spazzatura trovando lì dentro scarti, detriti, rifiuti, lacerti, bucce e semi di melone, rasoi da barba Bic usati, fondi di caffe, kleneex appallottolati, una quantità di materiali igienicamente sconsigliabili che pure pensatori di un secolo fa designarono gli “stracci della storia”: oh, quanto utili a mostrare il volto più appariscente e al tempo stesso più rovinoso del potere!

Si ritroveranno in queste pagine molte istruttive vicende e personaggi non per caso, ma anche non per nulla dimenticati: le peripezie di uomini e mezzi pubblici messi in atto per recuperare la bici da corsa del signor ministro dell’Interno; i benefici ottenuti da una signora che per le sue comprensibili benemerenze si è meritata il titolo di “Ape Regina”; il giro di appartamenti
distribuiti secondo occhiuti criteri a un certo giro di potenti dai reverendi padri di Propaganda Fide; il bar della Asl di provincia finito a tutti i costi nella disponibilità dello zio della ministra linguacciuta; la rabbia della graziosa candidata trombata per le defaillance dell’agenzia pubblicitaria del giglio magico; l’aspirante onorevole che si presenta agli elettori con 22 (ventidue) capi d’imputazione; e le feste dei maiali, i pellegrinaggi a Medjugorje, la sguattera guatemalteca, i generali dei carabinieri presenti alle braciolate dei babbi presidenziali.
E altri e altro.
Il cicalio, nel frattempo, è entrato nelle orecchie della società. Cri-cri-cri-cri-cri-cri… Niente, è Cornaglia che compone. Ottonari, endecasillabi, ricostruzioni in rima di fatti realmente accaduti. “Fatelo tacere!” potrebbe intimare il governante insofferente. Ma non c’è modo di mettere a riposo quel ridente malanimo, quella lieta anarchia, quel bonario nichilismo, quel brusio rasoterra, quel volteggio a mezz’aria. Non c’è modo di arrestarlo perché la poesia ronza e scava, e perché il potere non cambia mai.

Filippo Ceccarelli

La pistola fumante

A proposito di Tony Blair e del rapporto Chilcot sulla guerra in Iraq.
Queste erano le prove delle armi di distruzione di massa .

La pistola fumante

Tutti all’Onu per sentire
quel che Powell vuole dire
su quel bieco dittatore
che sbeffeggia l’ispettore.

“Abbiam visto gli inventari:
del regime i funzionari
tengon negli appartamenti
dei terribili armamenti.

Pien di missili è l’ingresso,
i veleni stan nel cesso,
in cucina qualche audace
tiene pure dell’antrace.

I dossier con le istruzioni

per le bombe ed i cannoni
nel baule li han nascosti
di una Stilo che poi, tosti,

stan guidando in ogni dove
per nascondere le prove.
Per la bomba da sterminio
molti tubi d’alluminio

gli ha un idraulico fornito:
han l’uranio già arricchito!
Non ci sono più misteri
sul problema dei batteri:

dentro un Daily ed un Fiorino
alambicchi, bilancino,
un fornetto e un analista
tutti i giorni vanno in pista.

Dentro quel laboratorio,
di batteri, è ormai notorio,
fanno un grande allevamento,
sempre stando in movimento.

Queste prove son schiaccianti,
evitiamo tutti quanti
un futuro patatràc:
guerra, subito, all’Iraq!”

Mentre i crucchi coi Cinesi
ed i Russi coi Francesi
con la testa fan di no:
“Caro Powell, non si può

far la guerra agli Iracheni
con indizi così osceni,
con accuse da impostori.
Diam più tempo agli ispettori!”,

Tony Blair e Berlusconi
senza dubbi e esitazioni,
entusiasti dicon: “Sì,
Mr Powell we agree!
Da “Qui finisce l’avventura” Milioni e strafalcioni di Silvio Berlusconi
Nutrimenti editore Roma 2003
blog MicroMega, 11 luglio 2016

La sguattera del Guatemala

E Federica disse a Gianluca: “L’emendamento passerà”.
(il Fatto Quotidiano, 1 aprile 2016)
Il grande affare di Augusta sull’asse Guidi-Gemelli.
(il Fatto Quotidiano, 6 aprile 2016)
Il fidanzato parlò alla Guidi del vertice di Aeroporti toscani. “Per lui ti esponi, per me no”.
(la Repubblica, 7 aprile 2016)
De Vincenti, l’ex ministra al telefono. E i fidanzati litigano sul sottosegretario: “E’ l’amico del tuo clan”.
(il Fatto Quotidiano, 7 aprile 2016)
C’è del marcio in Guatemala.
(il Fatto Quotidiano, 8 aprile 2016)
Il caso intercettazioni.
(la Repubblica, 10 aprile 2016)

La sguattera del Guatemala

Cari amici creduloni
vittime dei fanfaroni,
forse, grazie alla memoria,
all’inizio della storia

riuscirete a ritornare,
ai dì in cui il tosco giullare
slogan splendidi inventava
ed il vecchio rottamava

per la colpa d’aver perso.
Con “L’Italia cambia verso”,
con “La svolta buona” e “Adesso”
quante cose vi ha promesso?

Con “Non mollo” e “Arrivo arrivo”
sembrò molto persuasivo,
ma la frase più riuscita
fu “La festa è ormai finita”.

E’ finita per davvero,
siamo dentro un pozzo nero
e il futuro che ci attende
ci prospetta cose orrende.

Clan, combriccole, affaristi
quanti mai se n’eran visti,
quartierin, teste di cazzo,
lobby pronte all’intrallazzo,

petrolier, pezzi di merda,
forte è il rischio che si perda
nel più turpe malaffare
chi si trovi a intercettare

senatori, deputati,
le ministre, i fidanzati,
i burocrati ciarlieri,
chi fa affar coi petrolieri.

“Luca, quell’emendamento
si è rimesso in movimento
e al Senato passerà
dentro la Stabilità,

Mariaelena è d’accordo…”.
Petrolieri, tutti a bordo!
E’ insaziabile chi chiede
e nelle pretese eccede:

“Federica, cosa fai?
Tu ti esponi per Carrai,
stai a sua disposizione,
gli presenti le persone.

E per me fai molto meno…”.
La risposta è col veleno:
“Latin lover siciliano,
ti comporti da sultano.

Tu siccome stai con me
e abbiam fatto un bel bebè
zitti zitti, quatti quatti,
come sguattera mi tratti,

per di più del Guatemala,
la più bassa nella scala.
Per te brigo e mi dispero,
ma mi valuti uno zero.

Spintarelle e emendamenti
non ti son mai sufficienti.
Oggi chiedi Tempa Rossa,
poi domani qualche mossa

per l’Iraq, il Mozambico
o trovarti qualche amico
nella banca di Torino
od ancora un aiutino

perché la persona giusta
resti al tuo porto di Augusta.
Sei arrogante, prepotente,
maschilista deficiente!”

E poi c’è la concorrenza
che rovina l’esistenza:
un tuo vice, un comprimario
od un sottosegretario

cercan di passarti avanti
negli affari più importanti,
Finmeccanica fu ieri,
oggi tocca a Fincantieri.

“Quel che dico non si perda:
quello è un gran pezzo di merda
e a mo’ di merda lo tratto.
Contro lui certo mi batto

e non manderò a puttane
il mio nome, il posto, il pane
per la merda De Vincenti
ed il clan di quei potenti.

Per cercar di farmi fuori
nei momenti decisori
per il culo mi hanno presa
sette mesi e ciò mi pesa.

Gente ch’è contro di me
e pertanto è bene che
tu ne prenda le misure
nelle tue mosse future

alla caccia della grana.
Son dei figli di puttana!”
La moral di questa storia?
Del ducetto la vittoria

per l’Italia è una rovina:
largo a chi ruba, a chi inquina,
a chi evade, a chi intrallazza
e nel malaffare sguazza.

blog MicroMega, 15 aprile 2016

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